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Las Amricas Latinas


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Introduzione al catalogo, di Philippe Daverio, curatore della mostra

Introduzione al catalogo, di Philippe Daverio, curatore della mostra
 

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Introduzione al catalogo, di Philippe Daverio, curatore della mostra

Luis Molina PantinAl mio amico Giampiero Manfredini, detto il Manfro, che oggi non c’è più, ma che tantissimi anni fa mi offrì la prima chiave d’accesso ai misteri latinoamericani.

Questa mostra nasce da un sogno che so di condividere con molti altri provinciali della vecchia Europa: riuscire a capire che cosa accade veramente a sud del Rio Grande, al di là dei luoghi comuni assodati, oltre le immagini proposte dalla veloce globalizzazione dei viaggi, quelli che offrono comprensioni in compresse e lusinghe fragili come souvenirs di vacanze.

Dell’America a nord del Rio Grande sappiamo tutto senza capirci nulla: abbiamo la fortuna di ricevere direttamente da loro, dagli americani, un concentrato di come essi intendono apparire. Ce lo raccontano le catene televisive, la lingua dell’internet, i prodotti alimentari e le emozioni politiche. La più potente struttura commerciale che l’umanità abbia mai generato trasmette una identità che nessuna verifica concreta potrà mai controllare. Ci ingannano le arti visive delegate agli scaltri promotori d’un mercato fino a ieri brillante e oggi in severa revisione. Ci salva la letteratura che testimonia talvolta una realtà ben più complessa e coinvolgente.

Grande è la letteratura anglosassone oltreoceano. Grande forse ancora di più è la letteratura iberica oltreoceano. In cambio i paesi latini non esportano merci e domini planetari. Hanno influenzato più il nostro immaginario che la nostra realtà, più la nostra mente che i nostri elettrodomestici. Li troviamo poco sugli scaffali del frigorifero e meno ancora a occupare le memorie attive dei nostri portatili. Ma li sentiamo nei loro ritmi musicali e nelle loro evocazioni poetiche, nei sogni infranti della politica e del calcio. Parole come “Piano Condor” o “desaparecidos” o “rivoluzione sognata” si combinano con Borges, Neruda e Octavio Paz. E l’immaginario confonde. Rende maggiore la dissonanza fra Brasilia, la città d’un futuro non avvenuto, e Carnevale di Rio, lo svago del viaggio invernale low cost, di quanto non sia quella fra margarita e caipirinha. Gli yankees friggono ali di pollo e prime ribs nello stesso modo in decine di migliaia di ristorantini, eppure gli europei distinguono fra East Coast e West Coast, fra bostoniani e discendenti texani dagli allevatori di vacche. I latinos vengono compresi, colpa non solo la distanza, in un concetto riassuntivo sincretico. Per giunta i primi sono nella sostanza cocktail d’una lunghissima migrazione di nostri parenti lontani per antiche distanze europee e per declinazioni ben diverse della comune radice cristiana, mentre i secondi ci sarebbero ben più vicini per lingua e per matrice di fede, ma sono il risultato di mescole ben più complesse fra etnie preesistenti e razze importate.

L’America Latina, quella che porta il duplice nome del navigatore toscano associato per aggettivo alla piccola radice della romanità, viene da noi posta in una dimensione metafisica e trascendente.
Molti ne conoscono una parte, pochi la conoscono tutta. Tutti s’immaginano di sapere che cosa essa è. Eppure Città del Messico dista da Buenos Aires più che da Città del Vaticano.

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