Arte e letteratura in America Latina. Di Paolo Collo, curatore degli incontri letterari
“Dappertutto ci sono Madonne incinte e Cristi che si lamentano come uomini,
come uomini di qui, per la sventura di questa terra.”
“Nel santuario di Guápulo, un paese adagiato alle spalle di Quito, si inaugurano i dipinti di Miguel de Santiago. In omaggio alla Madonna di qui, molto prodiga di miracoli, Miguel de Santiago offre questi monti e questa pianura, questa cordigliera e questo cielo, paesaggi che non sarebbero del tutto vivi se non li accendesse la gente che li attraversa: gente di qui, che va in giro per questi posti in processione o da sola. L’artista non copia più incisioni venute da Madrid o da Roma sulla vita di sant’Agostino. Ora dipinge la luminosa città di Quito circondata di vulcani, i campanili di queste chiese, gli indios di Pujilí e il cañón di Machángara, la collina di Bellavista e la valle di Guápulo; e sono di qui i soli dietro le montagne, il fumo fiammeggiante delle nubi che si alzano e i fiumi nebbiosi che cantano senza tacere mai. E non è solo Miguel de Santiago. Mani anonime di artigiani indigeni e meticci insinuano furtivamente lama al posto di cammelli nei presepi natalizi e ananas e palme e pannocchie di granturco e aguacate negli ornamenti delle facciate delle chiese... Dappertutto ci sono Madonne incinte e Cristi che si lamentano come uomini, come uomini di qui, per la sventura di questa terra.”1
Questo accadeva nel 1692, duecento anni dopo la Scoperta. E anche se non è detto che sia l’unico atto di nascita dell’arte postcolombiana, dà conto di una presa di coscienza di una reale (e compiaciuta) autonomia dal Vecchio Mondo. L’artista “non copia più”, gli è sufficiente quel che gli si para davanti, e che Cristoforo Colombo, nel suo terzo viaggio, riconosceva essere il Paradiso terrestre: “Grandi indizi del Paradiso terrestre son questi, perché tale sito è conforme all’opinione di quei santi e sacri teologi.”2
E anche se il termine “realismo magico” venne coniato in Germania nel 1925 dal critico Franz Roh per indicare un gruppo di pittori (Magischer Realismus), sarà con la letteratura sudamericana che troverà poi la sua più opportuna collocazione. “E cos’è la storia dell’America tutta se non una cronaca del reale-meraviglioso?”, scriveva il cubano Alejo Carpentier nel 1949.3
Forse il tentativo – tanto letterario quanto artistico – di ridare forma e contorni a un continente che si è visto depredare di tutto: oro, argento, rame, petrolio, salnitro, caucciù. Di milioni di vite umane condannate dalla violenza, dalle malattie giunte dall’Europa, dal lavoro coatto (a cui prenderanno poi parte, in modo massiccio, gli schiavi africani): “Vi sono tra questi fatti le stragi e i massacri di popoli innocenti, lo spopolamento di villaggi, le province e i regni dove quei crimini sono stati perpetrati, e altri fatti non meno spaventosi. Tutto ciò venne riferito a diverse persone, che nulla sapevano, dal vescovo fra’ Bartolomé de Las Casas, o Casaus, quando venne a corte.”4
E depredati anche della memoria. Ben poco è rimasto delle culture precolombiane. In gran parte è stato tutto distrutto, bruciato, rubato, annientato. Eliminare il passato, usi, costumi e divinità, per creare una nuova storia del continente tutta spagnola, portoghese e cristiana. Una condanna all’amnesia perfettamente riuscita (e riproposta nei secoli a venire dagli innumerevoli colpi di stato e dittature che hanno infestato il continente).
Un continuo altalenarsi, quindi, di elementi pittorici tendenti al recupero di quella memoria obnubilata (Rivera, Siqueiros, Orozco) con elementi di surrealismo (Kahlo, Lam, Matta). E persino le architetture dei paesi o delle città assumono nuove dimensioni. Basti pensare alla Macondo di García Márquez, o “alle” Buenos Aires – diversissime tra loro – di Borges (Evaristo Carriego), di Sábato (Sopra eroi e tombe), di Cortázar (Rayuela), di Saér (L’indagine), o all’infernale e diabolica Comala di Rulfo (Pedro Páramo)…
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