"Diario di viaggio". Testo in catalogo di Jean Blanchaert
Partendo da Milano con l’automobile in ventiquattro minuti si può arrivare comodamente a Chiasso o a Novazzano, dopo aver attraversato i confini di Brogeda o di Bizzarrone. Ci si troverà in un mondo del Nord, con regolamenti, anche alimentari, stabiliti a Berna. I chioschi, i mercati offriranno prodotti simili a quelli che si trovano in Norvegia o nelle isole Orcadi. Se esotico vuol dire anche diverso, uscire dalla Comunità europea per entrare in quella elvetica è molto esotico, e lo è tanto di più quanto incredibile è la vicinanza con il Canton Ticino dove tutte le foglie degli alberi sono allineate, una dietro l’altra. Nella sglaciazione in cui si trova il lago di Lugano si potranno ancora ascoltare i suoni gutturali di un italiano gallico dagli accenti insubri e lepontini uniti a quelli germanici delle popolazioni del Settentrione d’Europa che si vengono a rifugiare nel microclima del Ceresio. Questo era il viaggio di ventiquattro minuti.
Quello di ventiquattro ore, invece, vi farà arrivare, stanchi, nella capitale argentina, in un altro pianeta, in orbita dalla parte opposta del mondo, dove la sensazione prima sarà di stupore assoluto per la mancanza di esotismo. In sostanza, da corso Buonesaires, come dicono i milanesi, a Buenos Aires, che è poi la più grande città italiana del mondo, come New York è quella ebraica. Chi proviene dal paese della devozione a Sant’Agata, a Santa Rosalia e a San Gennaro, e ha magari la foto di Padre Pio nel portafoglio, chi conosce il significato di mafia, ’ndrangheta, sacra corona unita e camorra, non cadrà dalle nuvole di fronte alla processione della Virgen de Guadalupe, o quando gli spiegheranno cos’è il cartello di Medellín. A volte sarà un viaggio indietro nel tempo, raramente lontano dalla noce che sta dentro di noi, abitanti dell’Europa latina, del Portogallo, della Spagna, della Francia, dell’Italia e della Romania. Anche se di romeni in Argentina non ce ne sono molti. Bruce Chatwin, che nel 1972 commentava lo strano sapore della coca-cola afghana, il vero esotismo l’aveva però trovato a Praga, come scrisse nel suo libro Utz.
Non pochi artisti sudamericani emigrano nel Nord dell’America per perdere l’odore del Sud dell’America. A questi, quindi, dà molto fastidio quando i curatori occidentali vengono a cercare nell’arte del loro continente quell’odore che è l’odore del sangre, della lucha, dell’alma, della naturaleza, della mescla, della revolución. Benissimo, buon viaggio! Questi saranno artisti cosmopoliti e avranno ottenuto ciò che desideravano: essere considerati artisti senza una connotazione territoriale. Il nostro viaggio, invece, al seguito di Philippe Daverio, ha inevitabilmente intercettato chi era rimasto lì, interprete, forse sì, di stereotipi, ma che interprete! Quando apriamo i classici della letteratura sudamericana veniamo immediatamente investiti dall’atmosfera del posto come quando ascoltiamo la loro musica o come quando mangiamo il loro cibo. Che cosa c’è di male se questo accade anche per le arti visive?
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