Le opere in mostra

ALLO SPAZIO OBERDAN
Opere dedicate alle vicende e all'immagine dell’Africa e le sue relazioni con il mondo occidentale.

ALL'HANGAR BICOCCA
All'Hangar Bicocca saranno presenti le opere di forte impatto e grandi dimensioni.
SPAZIO OBERDAN
In esposizione alcune delle serie più importanti:
The eyes of Gutete Emerita (1996): opera cardine della serie; innumerevoli diapositive accumulate su un tavolo luminoso presentano un’unica immagine, gli occhi di una donna che ha assistito al massacro della propria famiglia.
Embrace (1995): video in cui due ragazzini visti di spalle si danno forza stringendosi in un abbraccio mentre assistono ad un episodio precluso alla nostra vista.
Field, Road and Cloud (1997): tre lightbox con fotografie di splendidi paesaggi africani cui sono abbinate piccole mappe disegnate e annotate a mano; la natura lussureggiante stride con gli appunti di Jaar sugli efferati massacri avvenuti nei luoghi medesimi.
Epilogue (1998): la labile immagine proiettata del volto dolente di una anziana donna ruandese si ritrae e riaffiora continuamente evocando i meccanismi della memoria, inalienabile e inafferrabile al contempo.
Seguono i media works, serie dedicate alla retorica dei media, che decisero di ignorare per lunghi mesi la strage di esseri umani in Africa.
Untitled (Newsweek) (1994): parte di The Rwanda Project, presenta diciassette copertine dell’omonimo settimanale pubblicate dal 6 aprile al 1° agosto 1994: il tempo occorso a Newsweek per decidere di dedicare spazio al massacro del Rwanda, cento giorni circa durante i quali, complice la paralisi delle forze internazionali, morì un milione di Tutsi.
From Time to Time (2006): nove copertine di TIME presentano immagini legate al clichè occidentale che tende a considerare l’Africa solo dal punto di vista paesaggistico, con animali selvaggi e catastrofi naturali; solo l’ultima delle copertine presenta la situazione reale della Somalia.
Searching for Africa in LIFE (1996): copertine di sessanta annate della celebre rivista, nelle quali il soggetto “Africa” viene preso in considerazione raramente, ed è sempre trattato in modo esotico.
Greed (2007): sulla copertina di “Businees Week” l’avidità e lo sfruttamento che riducono la popolazione africana in una situazione drammatica sono rappresentati attraverso l’ìimmagine di una tigre feroce. Titolo emblematico del servizio è Può l’ingordigia salvare l’Africa?
In mostra allo Spazio Oberdan anche Geography=War (1991): sei light box con mappe segnate da traiettorie sul fronte e immagini dell’Italia e della Nigeria nascoste sul retro; una serie di specchi sul muro retrostante riflette le immagini e racconta i drammatici effetti del trasporto illegale di rifiuti tossici dall’Italia ai paesi del Terzo Mondo.
An Atlas of Clouds (2006) è composto da sei fotografie di nuvole che imperturbabili attraversano i cieli di altrettanti paesi africani in cui Jaar ha lavorato.
Chiude la mostra il film Muxima (2005), in cui Jaar raccontata con poetica dolcezza come l’umanità continui sempre, anche nelle più ardue situazioni, a vivere e a sentire. Girato in una Angola che cerca di riprendersi dalla guerra, Muxima - significa cuore - è una sorta di poema visivo e sonoro: la musica, sei versioni di un canto popolare locale, alterna momenti malinconici a ritmi più vivaci, accompagnando immagini che rivelano a un tempo la ricchezza del paese, le tracce della storia passata e il presente di speranza.
» approfondimenti e schede da scaricare alla pagina dei Servizi didattici
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HANGAR BICOCCA
Si comincia con A Logo for America, un progetto del 1987 di parole e immagini sul significato della geografia, realizzato per un edificio di Times Square a New York: Jaar ha prodotto un intervento animato proiettato ogni sei minuti, circondato dalle consuete pubblicità di prodotti, creando una sorta di aritmia nelle insistenti pulsazioni della cultura commerciale.
Segue una delle installazioni più importanti di Jaar,The Sound of Silence del 2006: una grande scatola al cui interno c’è uno schermo e all’esterno una parete di neon. Per entrarvi occorre attendere che l’apposito segnale rosso diventi verde. Si assiste quindi a un video di otto minuti dove su schermo nero scorrono delle frasi in bianco con la storia del fotografo sudafricano Kevin Carter, autore di una foto scioccante realizzata in Sudan nel 1993, dove una bambina denutrita e prossima alla morte arranca a quattro zampe, scortata da un avvoltoio che attende la sua fine. Carter ha vinto il Premio Pulitzer per questa immagine che ha fatto il giro del mondo, ma pochi mesi dopo si è tolto la vita, oppresso dalle accuse di aver preferito realizzare la sua foto, piuttosto che aiutare la bambina a sopravvivere. Un momento prima che compaia la foto si viene accecati da due potenti flash. “I media sono diventati un business come un altro” - dice Jaar - facendoci riflettere sulla nostra responsabilità di consumatori.
L’opera seguente Untitled (Water) del 1990 presenta sei light boxes con scorci di mare nella Baia dell’Incontro di Hong Kong, dove, durante gli anni Ottanta, approdavano gli esuli vietnamiti alla ricerca di un’esistenza migliore e che venivano invece arrestati e imprigionati. Di fronte a questi scorci marini, trenta specchi riflettono i volti di questi esuli disperati.
Segue un’altra installazione di grande impatto: Lament of the Images (Version 1), presentata nel 2002 a Documenta 11 (Kassel) che denuncia, con la lettura di tre testi seguiti dall’esperienza di una luce accecante emessa da un grande schermo bianco, una cecità metaforica ovvero “l’impossibilità di vedere la realtà al di fuori dei media”, l’indisponibilità delle immagini, il loro sequestro e la loro completa gestione da parte dei poteri pubblici e privati.
Geography=war è invece una installazione del 1991, che fa anch’essa riferimento alll’episodio dei rifiuti tossici tra Italia e Nigeria, con vari bidoni neri contenenti del liquido scuro su cui si affacciano scatole luminose da cui ci guardano volti di bambini e contadini africani, a testimonianza dell’emergenza umanitaria che l’azione illegale italiana provocò.
Introduction to a distant world è un video del 1985 che presenta due tipi di documenti contrastanti: da un lato una alternanza di primi piani sui volti dei minatori, i loro gesti, i loro passi cadenzati e di piani allargati sul lavoro in miniera, dall’altro inserti muti con l’indicazione del prezzo dell’oro nelle diverse sedi delle borse di tutto il mondo.
Out of Balance è una installazione del 1989 che riguarda il mondo dei minatori in Brasile: sei cassoni luminosi oblunghi sono appoggiati a diverse altezze sui quattro muri di una sala, su ciascuna di queste “finestre” appare il viso sporco di fango di un minatore. Ogni ritratto è come confinato in un angolo del fondale luminoso bianco che occupa la maggior parte dello spazio: ogni volto emerge dalla luce come segnale e ci allontana dalla abituale visione senza sforzo, aiutandoci invece a cogliere il reale significato di ciò che vediamo.
E infine nel Cubo dell’Hangar Bicocca, uno straordinario spazio quadrato con una cupola circolare da cui passa la luce solare, sarà posata l’installazione Emergencia del 1998, una sorta di piscina nera e liquida, da cui a poco a poco emerge la forma inconfondibile delll’Africa, per tornare a riflettere - e soprattutto ad agire - sull’emergenza sociale e umanitaria del continente nero.
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