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Guida al percorso espositivo

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Guida al percorso espositivo


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“Come si può fare arte in un mondo in tali condizioni?
Come si può fare arte circondati da notizie che nessuno vorrebbe sentire?
Come si può inscrivere la pratica artistica in un paesaggio saturato dai consumi?
Come si può rendere l’invisibile?” (A.Jaar)

Alfredo Jaar affronta situazioni che la nostra coscienza tende a rimuovere (temi legati a situazioni di emergenza umanitaria, di oppressione politica, di emarginazione sociale) e analizza la retorica attraverso la quale i media manipolano e trasmettono le informazioni. Il suo lavoro più che essere un’opera compiuta e a sé stante è un processo, un percorso temporale fatto di ricerca e di raccolta di dati, di incontri con persone e con luoghi, ma è anche un iter fatto di riflessioni e dubbi sull’efficacia comunicativa delle immagini quando si tratta di trasmettere l’orrore della guerra, del genocidio e della violenza o il dolore profondo dei sopravvissuti.
 


The Rwanda Project

La prima parte della mostra raccoglie una parte dei lavori realizzati da Alfredo Jaar all’interno del ciclo Rwanda Project.
Nel 1994, tre settimane dopo la fine del genocido della minoranza Tutsi da parte di estremisti delle “Forze Hutu” durante il quale, nell’arco temporale di circa cento giorni, sono state ferocemente sterminate un milione di persone senza alcuna opposizione da parte della comunità internazionale, Jaar decide di partire per il Rwanda. Il suo lavoro nasce dall’esperienza diretta, dall’urgenza di essere presente in prima persona. Torna dal viaggio con più di 3.000 fotografie, carico di testimonianze, di registrazioni di esperienze e di racconti dei sopravvissuti incontrati nei campi profughi.
“Il distacco tra l’esperienza e ciò che può essere capitato, registrato attraverso l’obiettivo mi ha sempre interessato molto. Nel caso del Rwanda la distanza era enorme, la tragedia era impossibile da rappresentare. Ho sentito il bisogno di parlare con le persone. È solo attraverso le loro parole, i loro sentimenti e le loro idee che ho potuto trovare la verità, quella verità della tragedia che l’immagine fotografica era incapace di trasmettere.”
L’artista lavora per diversi anni - fino al 2000 - su questi materiali, alla ricerca di nuove strategie di rappresentazione. Nelle sue opere non troviamo le immagini sensazionaliste di sangue di cui i media sono avidi e dalle quali siamo quotidianamente sommersi; attraverso fotografie di una semplicità straziante Alfredo Jaar vuole farci riflettere sulle atrocità commesse contro persone innocenti.

"Embrace", fotogramma1. The Eyes of Gutete Emerita (1996), 2. Embrace (1996)
Entrando nella prima sala non possiamo evitare di imbatterci in Embrace, un lighbox che presenta la sequenza di quattro immagini nelle quali dei bambini (prima tre, poi due) ripresi di spalle, si stringono in un abbraccio di fronte a qualche cosa che non riusciamo a vedere, a capire.
Sulla sinistra una parete nera ci presenta delle parole scritte e ci introduce verso la prima grande opera della mostra, The Eyes of Gutete Emerita.
L’installazione inizia con una sottile linea di testo all’altezza degli occhi che prima fornisce allo spettatore luoghi, date e nomi del genocidio, poi racconta l’incontro tra l’artista e Gutete Emerita, una donna di 30 anni che durante la messa domenicale nella chiesa di Ntamara ha visto massacrare davanti ai suoi occhi il marito e i due figli maschi. Fuggita con la figlia Marie-Louise Unumararunga, Gutete si nasconde per settimane; alla fine, non sapendo dove andare, ritorna alla chiesa. Il testo si conclude con le parole: “Ricordo i suoi occhi, gli occhi di Gutete Emerita”. In questa parte del lavoro non sono le immagini che raccontano; Jaar le sostituisce con il testo, come se con le parole dovesse scolpire le immagini nella nostra mente e toccare i nostri sentimenti.
Alla fine del testo lo spazio si apre su un immenso tavolo luminoso sul quale è sistemata una montagna di diapositive. Al bordo del tavolo ci sono delle lenti di ingrandimento con le quali l’artista ci invita a osservare da vicino le immagini. Ma cosa vediamo in ognuna di queste diapositive? Uno sguardo svuotato, i cui lineamenti testimoniano che quella persona ha vissuto una tragedia profonda e la porta dentro di sé. Un’unica immagine si ripete in un milione di copie: sono gli occhi di Gutete Emerita, ammassati sul tavolo a ricordare il milione di vittime del genocidio. A questo punto tornando davanti ad Embrace, l’abbraccio di questi bambini ci trasmette la paura e la disperata necessità dei due di darsi forza. Nelle quattro immagini Jaar lascia fuori campo l’oggetto dell’orrore, mettendoci nella posizione di chi ha visto, pur senza mostrare ciò a cui loro hanno assistito. Anche in questo lavoro l’artista non vuole esporre le immagini atroci della guerra, quelle che il pubblico ha già visto attraverso i media.

"Field, road, cloud", particolare3. Field, Road, Cloud (1997)
Tre grandi lightbox presentano altrettante immagini del Rwanda realizzate da Alfredo Jaar: un campo (Field), un sentiero tra gli alberi (Road) e una nuvola (Cloud).
Accanto a ognuna un piccolo lightbox ci mostra gli appunti presi dallo stesso Jaar il 29 agosto 1994, il giorno in cui scatta le fotografie percorrendo la strada che da Kigali porta a Ntamara. Immagini di una natura spettacolare, lussureggiante, a prima vista innocenti, ci presentano in realtà i luoghi del genocidio: dai disegni accanto a ognuna si evince infatti che la prima fotografia è stata fatta sulla strada che porta a Kigali, la seconda ritrae il sentiero che conduce alla chiesa di Ntamara – la stessa in cui sono stati massacrati i familiari di Gutete –, la terza, infine, mostra la nuvola che quel giorno fluttuava sulla chiesa. Questa installazione, attraverso il confronto di immagini così contrastanti, induce la coscienza dello spettatore a oscillare tra una serena immersione nella intensa bellezza visiva delle immagini dell’edenico paesaggio africano e l’atroce ricordo di un episodio estremo di violazione della vita umana.

"Epilogue", fotogramma4. Epilogue (1998)
Il video è uno degli ultimi lavori che Alfredo Jaar dedica al Rwanda. Su uno schermo bianco, ogni 3 minuti, viene proiettata l’immagine del volto sofferente di una anziana donna ruandese che l’artista ha conosciuto a Kakshusha, uno dei campi profughi del paese. La donna, come Jaar narra nella sua opera Real Pictures, non presente in mostra, ha 88 anni ed è stata costretta a fuggire dalla sua casa di Kibilira, percorrendo a piedi 306 chilometri per raggiungere il campo profughi. Ancora una volta, come per Emerita, lo sguardo triste e quasi assente della donna diventa metonimia. Comparendo e scomparendo poco dopo, l’immagine proiettata evoca i meccanismi della memoria, capace a volte di far affiorare ciò che tendiamo a rimuovere.

 


I Media Works

Nelle due sale che seguono vengono presentati alcuni dei più importanti Media Works realizzati da Alfredo Jaar. L’artista collega la produzione di immagini alle economie politiche che si infiltrano nel campo culturale. Dice infatti: “Io ritengo che le immagini siano ancora più necessarie che mai. Ma credo anche che il paesaggio politico e aziendale dei nostri tempi sia pieno di meccanismi di controllo che non consentiranno a certe immagini di esistere nel contesto che è loro proprio.” Osservando il modo in cui i media affrontano la tragedia del Rwanda, Jaar inizia una serie di riflessioni sulla retorica utilizzata dai mezzi di informazione nel descrivere non solo il genocidio del 1994 ma, più in generale, la realtà del continente africano. I media creano e trasmettono stereotipi invece di offrire chiarezza sulle informazioni e, con la presentazione di un rapido avvicendarsi di immagini cruente, inducono lo spettatore verso un approccio superficiale dei fatti.

"Untitled (Newsweek)", particolare5. Untitled (Newsweek), 1994
Alfredo Jaar prende le copertine del settimanale “Newsweek” a partire dal 6 aprile 1994, giorno dell’inizio dei massacri in Rwanda, fino al 1° agosto 1994, data in cui il settimanale dedica la sua prima copertina al genocidio che da sedici settimane miete vittime nella minoranza Tutsi. L’artista accosta a ogni immagine riprodotta un testo scritto: annota sotto ogni copertina ciò che in quella settimana è accaduto in Rwanda, segnala il continuo aumento del numero dei morti. Newsweek non ne fa parola, favorendo la generale indifferenza sul genocidio. Il direttore considera degni della prima pagina avvenimenti politici, culturali ed economici quali la morte di Jaqueline Kennedy e Richard Nixon, il campionato di football americano e ancora i poteri delle vitamine. Finalmente il 1° agosto il R wanda conquista la copertina del settimanale, ma solo per raccontare il problema dei profughi. Jaar, attraverso questo lavoro, ci mette di fronte all’imperdonabile indifferenza di coloro che hanno la responsabilità di produrre e diffondere l’informazione.

New_66. From Time to Time (2006), 7. Searching for Africa in Life (1996), 8. Greed (2007)
Qual è la nostra immagine dell’Africa? A cosa pensiamo quando parliamo di questo continente? Genocidi, catastrofi umanitarie, colpi di stato oppure animali selvaggi, natura incontaminata e, al limite, bambini denutriti?
Nelle opere presentate in questa sala Alfedo Jaar vuole farci riflettere proprio su come i media ci trasmettano sempre i soliti cliché sull’Africa: animali della savana, leoni e tigri, catastrofi naturali, bambini sofferenti e denutriti che muovono la nostra pietà sono i soggetti delle immagini e delle notizie che vengono affrontate sulle riviste.
In From Time to Time nove copertine di “Time Magazine” ci mostrano l’Africa esclusivamente secondo questi cliché: solo l’ultima presenta la situazione reale della Somalia.
Anche nel mosaico di immagini che compone Searching for Africa in Life a parlare sono le copertine di un settimanale, il “LIFE Magazine”, pubblicate tra il 1936 – anno della fondazione della rivista – al 1996: non è facile trovare immagini che parlino della situazione in Africa e quando lo spettatore ne trova una si tratta sempre di un’immagine edulcorata ed esotica.
In Greed Jaar riproduce la copertina di un settimanale che si occupa di economia, il “Business Week”. Tra le fauci spalancate di un feroce leone selvaggio si legge la scritta “Può l’ingordigia salvare l’Africa?”. Il mondo occidentale sfrutta la popolazione africana e la conduce spesso verso situazioni drammatiche. Ma comunque i suoi patimenti ci risultano estranei, come se appartenessero a un altro mondo.

"Geography = War"9. Geography = War (1991)
Alfredo Jaar realizza questo lavoro prima dell’esperienza in Rwanda. Si tratta di un’installazione composta da un arco formato da sei lightbox che sul fronte ci mostrano mappe segnate da traiettorie, sul retro immagini dell’Italia e della Nigeria; queste ultime vengono riflesse da una serie di specchi sul muro retrostante. Jaar ricostruisce – presentandocela poi scomposta – la mappa dello spostamento di rifiuti tossici dall’Italia a Koko, un villaggio della Nigeria, dove tra il 1987 e il 1988 vengono scaricate illegalmente le scorie di alcune aziende italiane dietro un compenso di 100 dollari al mese. Numerosi abitanti, soprattutto bambini, sono stati contaminati e uccisi. “Questo nuovo sviluppo è la versione moderna del commercio degli schiavi”, dice l’artista che si reca sul posto per documentare la situazione. Fotografa, come suo solito, non immagini cruente, ma bambini che giocano nel sito contaminato. Jaar colloca le immagini in modo che lo spettatore le possa vedere non direttamente, ma attraverso l’uso di specchi, che egli utilizza sia come simbolo narcisistico sia, allo stesso tempo, come possibilità di vedere quella realtà che dimentichiamo.

"An Atlas of Clouds"10. An Atlas of Clouds ( 2006)
Quasi dieci anni dopo "Field, Road, Cloud" Jaar realizza questo lavoro nel quale accosta le immagini di sei nuvole che fluttuano nel cielo. Sono fotografie che lo stesso artista ha scattato durante le sue ricerche condotte in Africa del Sud, in Namibia, in Nigeria, nell’ex Zaire, in Rwanda e in Angola. Alzando lo sguardo sopra gli orrendi fatti della terra si può ancora cogliere, nella visione di una nuvola, la percezione dell’immensità che trascende ogni contingenza.

"Muxima", fotogramma11. Muxima 2005
“Ritmo nella luce
Ritmo nel colore
Ritmo in movimento
Ritmo nei tagli sanguinanti di piedi nudi
Ma sempre pur ritmo
Oh, dolorose voci africane!”
Agostinho Neto
Il video Muxima inizia con questo verso, scritto da Agostinho Neto, poeta e primo presidente dell’Angola. Il lavoro si costruisce come un poema visivo, in dieci “cantos”, e presenta sei versioni del medesimo canto popolare angolano, Muxima, che nella lingua kimbundu significa “cuore”.
Ogni versione ha un ritmo diverso e ogni canto affronta un aspetto della società angolana, senza mai essere esplicito: sono solo cenni, allusioni.
L’elemento che ricorre in modo costante è quello del viaggio sul fiume, una delle immagini più frequenti dell’immaginario legato al periodo coloniale, basti pensare a Cuore di Tenebra di Joseph Conrad; ma qui non si tratta del racconto fatto con gli occhi di un occidentale, bensì di un viaggio rituale carico di significato che porta all’espressione della storia dell’Africa attraverso i suoi dialetti, le sue musiche, i suoi luoghi, le sue genti.