Approfondimenti
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Le fotografie nel lavoro di Alfredo Jaar e il rapporto tra etica ed estetica
Lo sguardo impassibile e lontano di Gutete Emerita, l’abbraccio affettuoso e allo stesso tempo disperato di tre bambini, le immagini di un paesaggio naturale apparentemente tranquillo, la fissità iconica di una donna anziana a cui la vita non ha risparmiato la visione delle più efferate atrocità. Queste sono le immagini che ci accolgono nella prima parte del percorso in mostra. Balzano subito alla nostra attenzione alcuni elementi che sono tipici del modo di lavorare di Jaar, del suo modo di fare arte, di dare vita a operazioni culturali cui tutti siamo invitati a partecipare. Lo avete notato? Jaar, in un primo momento, si presenta da vero reporter. Come tale si reca sul posto in cui sono avvenuti i fatti di cui ci vuole raccontare; fotografa paesaggi e persone; prende appunti sul suo taccuino. Eppure ci sono delle differenze importanti da notare. Le sue foto non ritraggono scene tragiche, strazianti o impressionanti, non punta mai al sensazionalismo. Ci racconta di eventi atroci che tutti preferiremmo non vedere né sapere. Il suo invito a non essere indifferenti, a prendere coscienza dei fatti accaduti è graduale, discreto, a volte quasi indiretto. Nonostante tutto ciascuno di noi viene “costretto” a guardare, leggere, osservare, prendere lentamente, ma irreversibilmente coscienza dei fatti.
L’artista fa del documento fotografico uno strumento critico e politico, il suo è uno sguardo responsabile condotto sulla storia contemporanea.Nel mondo di oggi le immagini ci sommergono con la loro potenza sensibile e Jaar osserva che attraverso il loro succedersi finiscono per rendere lo spettatore indifferente. Le immagini non nascondono la verità ma la banalizzano; in questo modo restiamo insensibili ed estranei davanti ai crimini di massa che invece dovrebbero indignarci e spingerci a intervenire. Siamo semplici spettatori. Ecco perché l’artista impegnato ci deve insegnare a leggere le immagini e a scoprire il gioco della macchina che li produce.
Suggerimento: invitare la classe a osservare un quotidiano, un settimanale di attualità o ancora un telegiornale e fare attenzione alla quantità di immagini che vengono proposte, tentando poi un’analisi dei messaggi espliciti e impliciti trasmessi allo spettatore.
I Media Works e la critica ai “padroni delle notizie”
Anche osservando queste opere è possibile notare quanto il modo di lavorare di Jaar parta dal mondo giornalistico e pubblicitario per procedere verso un percorso che proprio da questo mondo cerca di prendere le distanze, cambiando radicalmente il punto di vista, la prospettiva.
All’artista è bastato passare in rassegna le immagini di copertina di alcune importanti testate giornalistiche, accompagnate da commenti scritti da lui, per prospettarci una realtà ben diversa da quella che le riviste stesse, di settimana in settimana, hanno voluto mostrare. Il suo lavoro denuncia il fatto che il vero scopo dei mezzi di comunicazione sembra essere sempre meno quello di informare il cittadino e sempre di più quello di formare il perfetto consumatore. Sono i media che hanno nascosto le immagini del massacro in Rwanda o, meglio, che le hanno lasciate da parte come delle cose che non ci riguardavano direttamente. Jaar non sopprime l’eccesso di immagini ma mette in evidenza la loro assenza.
Suggerimento: partendo dalla lettura dei giornali tentare un’analisi del diverso trattamento delle informazioni su uno stesso soggetto da parte di testate giornalistiche politicamente schierate su fronti opposti.
L’uso della parola scritta
In alcune opere Jaar sostituisce all’immagine la parola ("The Eyes of Gutete Emerita", "Field, Road, Cloud", "Newsweek"). Nelle installazioni dell’artista la parola e il testo vengono utilizzati come vere e proprie forme visibili: l’immagine infatti non è l’unico modo per rappresentare il visibile. In queste opere le frasi descrivono, disegnano nella nostra coscienza delle forme visibili che ci colpiscono come tali: sono le immagini più crude, quelle del massacro, dei morti del genocidio. Accostando parole a immagini Jaar aumenta e potenzia la loro capacità di smuovere lo spettatore, per non farlo rimanere indifferente.
Suggerimento: osservare le opere in mostra e riflettere sul rapporto tra immagini e parole, provando a immaginare quale sarebbe la potenza dell’immagine senza la parola, e viceversa.
Il consumo delle immagini
Le immagini, nel mondo attuale, vengono create da esperti nel settore della comunicazione per farci consumare: l’uso della parola in Jaar vuole essere, ancora, una critica a questo aspetto del sistema. Ecco perché nelle sue opere utilizza parole chiare, semplici e dirette. Jaar dichiara di amare moltissimo la poesia di Giuseppe Ungaretti, poeta che è stato capace di esprimere in un momento drammatico della nostra storia il potere della parola.
Suggerimento: partendo da alcune celebri poesie di Giuseppe Ungaretti, cercare le analogie tra il suo lavoro e quello di Alfredo Jaar, riflettendo anche sul fatto che il poeta ha vissuto la guerra in prima persona, combattendo e vivendo il dramma del fronte.
San Martino del Carso
Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916
Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro
Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto
Ma nel cuore / nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato
Soldati
Bosco di Courton luglio 1918
Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie.
Geography = War (1991)
“Cambiare il punto di vista!” Questo sembra essere più che mai l’imperativo di Jaar di fronte a Geography = War, un lavoro che riguarda l’Italia da molto vicino. Carte geografiche, percorsi tratteggiati, fotografie riflesse negli specchi e che ritraggono scene di ordinaria routine di uomini e bambini fra l’immondizia. Qui l’artista costringe lo spettatore a guardare avvenimenti di cui solitamente si disinteressa attraverso lo specchio, oggetto che quotidianamente utilizziamo per guardare noi stessi e non “l’altro”. Inoltre scompone la mappa con il percorso delle scorie: per quale motivo?
Suggerimento: fare una riflessione ispirata al metodo di Jaar cercando di andare “oltre” la realtà che ci è quotidianamente proposta. Problemi macroscopici come mafia e camorra, costantemente trattati come universi a se stanti, nascondono invece strette relazioni con la vita politica ed economica del nostro paese. Discutetene in classe, distinguendo tra l’immagine che emerge dai media e la realtà che vi si nasconde.
Muxima
Con l’ultimo filmato Jaar ci proietta per 36 minuti nella vita di un paese africano: l’Angola. La musica ci accompagna lungo un avvicendarsi di immagini che non puntano quasi mai alla descrizione di eventi violenti o tragici. Eppure vengono affrontate molte tematiche “scottanti” e importantissime per la loro gravità!
Suggerimento: ricercare informazioni sull’Angola (la guerra, il colonialismo, la malattia…) e sintetizzarne il senso in una poesia di poche righe, illustrandola con un’immagine tratta da internet.