"Alfredo Jaar, lo sguardo oltre l'immagine". Di Bartolomeo Pietromarchi, co-curatore della mostra
In questo vuoto della storia,
in questa ronzante pausa in cui la vita tace.
Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 1957
Nell'epoca dei simulacri, della "scomparsa" della politica, della spettacolarizzazione, può esserci ancora un ruolo per un'arte critica, che rifletta sulla condizione del mondo, che ne penetri l'opacità, che ne additi ai contemporanei le contraddizioni, le zone d’ombra, i conflitti nascosti? Un'arte di immagini in grado di forare il morbido muro dell'immaginario mediatico, di farvi trasparire quella realtà che pure offuscata, rimossa, denaturata rimane il piano in cui si misura e prende senso l'esistenza storica e individuale? Per Alfredo Jaar la risposta non può essere che affermativa: l'arte può mettere in questione l'ordine del mondo, può sottrarre le cose alla loro "naturalità”, può restituire come montaggio di possibilità, come allegoria illuminante, il senso di una dialettica reale, della necessità di scegliere, di riconoscere, di praticare una responsabilità. Ormai da tre decenni Jaar fa dell'operazione artistica uno strumento di indagine sui nodi irrisolti e sulle contraddizioni dello spazio politico contemporaneo, sollecitando i suoi spettatori a una diversa messa a fuoco sulla realtà, una comprensione attiva al cui centro viene posta costantemente la questione di una trasformazione complessiva degli individui e della società nel senso di una conquista di sempre maggiori spazi di libertà.
A Santiago del Cile, dov’è nato nel 1956, Jaar esordisce tra il 1979 e il 1981 con Estudios sobre la felicidad, un progetto basato su differenti strategie di intervento – interviste, fotografie, registrazioni video, una serie di laconiche affissioni stradali (¿ES USTED FELIZ?) – che compongono tutti assieme una straordinaria ricognizione del Cile piegato da Pinochet, una “inchiesta” in apparenza disimpegnata ma il cui effettivo valore è tutto politico. Sfidando la dittatura proprio in quello spazio pubblico negato come luogo di confronto e libera espressione, l’artista restituiva il diritto di parola proprio a coloro che ne erano stati privati, trasformando la documentazione in un vero e proprio “strumento critico”, secondo una modalità che sarebbe rimasta costante nel suo percorso anche dopo il volontario esilio a New York. È già evidente in effetti in questa “azione per la libertà” una concezione dell’arte come dispositivo di risveglio della coscienza che ritroviamo in un altro lavoro di questo periodo, Opus 1981/Andante desesperato, una performance ispirata a una famosa fotografia ripresa durante la sollevazione sandinista in Nicaragua: Jaar mima il gesto del guerrigliero fotografato da Susan Meiselas due anni prima, soffiando con tutta la sua forza e senza mai fermarsi in un clarinetto, sino a quando non è esausto. È il disperato grido dell’arte contro il totalitarismo, e anche un modo per sottolineare il dovere dell’artista di esporsi, di combattere la battaglia per la libertà in prima persona.
Leggi tutto "Alfredo Jaar. Lo sguardo oltre l'immagine" (.pdf, 51 Kb)