Sede:
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
Date:
17 giugno - 14 settembre 2008
Orario:
tutti i giorni 10-19.30
martedì e giovedì fino alle 22
chiuso il lunedì
Ingresso:
Intero €4,00
ridotto €2,50
gruppi scolastici €1,50
ingresso libero primo martedì del mese
Visite guidate:
Segreteria didattica
tel. 02 77406382
lunedì-venerdì, ore 10-13/14-16
fax: 02 7746356
Per informazioni:
Spazio Oberdan
tel. 02 774063.00/02
catalogo edito da Gabriele Mazzotta
Informazioni
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1968? 1968!!! Quelli eran giorni - di Enzo Gentile, curatore della mostra
Quel martedì, a Abbey Road, John sta lavorando a Revolution 9, mentre Paul, in uno studio diverso, chiude in solitudine B lackbird, prima di dedicarsi a un filmato promozionale insieme a Mary Hopkins, giovane protegée di casa Apple, impresa ambiziosa e tentacolare appena aperta. Intanto, sulle scogliere californiane di Big Sur, George passeggia con Ravi Shankar, mentre di Ringo non si hanno notizie. Lo stesso giorno, con il Paese attraversato dal dolore e dallo sbigottimento per la morte di Robert Kennedy, alla Casa Bianca Richard Nixon viene eletto Presidente degli Stati Uniti, ponendo fine a dieci anni di predominio dei democratici. In una bella giornata di sole l’Italia si sveglia con i giornali intitolati a festa per la prima vittoria dell’Italia nei campionati europei di calcio (2-0 alla Jugoslavia, Anastasi e Riva). Al mattino la polizia sgombera la Statale di Milano arrestando tre occupanti; l’Università verrà rioccupata nel pomeriggio.
La canzone più venduta è La bambola di Patty Pravo, in Gran Bretagna Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones; negli States troviamo in testa Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel ed esce Speedway, il film con protagonisti Elvis Prelsey e Nancy Sinatra, mentre intanto a New York partono con Voodoo Chile le session di registrazione di Electric Ladyland, lo stupefacente, devastante prossimo album di Jimi Hendrix.
L’11 giugno 1968 fu una giornata di ordinario, eccezionale affollamento, esemplare di questa nostra storia di ritagli, frammenti, ricordi, suoni, odori, di gioia e rivoluzione: zeppo di avvenimenti, di struggimenti, di punti interrogativi e di tantissimi punti esclamativi. Una feconda epidemia. Al centro di un anno bisestile, l’anno più lungo.
Spiriti e corpi in movimento
Siamo in una grande centrifuga, e la musica sarà un maestoso collante, così come il cinema: c’è bisogno di riempirsi gli occhi, le orecchie, il cuore. Così come si sarebbero affollate le strade, le piazze, le università; un’assemblea privata di suoni e immagini l’avremmo ricostruita ciascuno su misura, calibrata e sintonizzata su quel vento che imperioso ha iniziato a spirare. L’educazione sentimentale alla vita di tanti giovani, di molti di noi, passerà da un crocevia folgorante di sensazioni forti, di colori vividi, di cui il ’68 sarà insieme scrigno favoloso e veicolo ideale: il passaggio dal bianco e nero al colore lo avevamo già sperimentato l’anno prima, con l’avvento in grande stile della psichedelia, del flower power, dei primi movimenti hippie, la protesta coniugata all’amore libero, alla scoperta del corpo, alle accelerazioni vincenti di un’intera generazione. La “summer of love” è il sogno che si fa tangibile, a San Francisco, indicando una nuova frontiera giovanile. Ecco poi il rock che irrompe a valanga sulla società: con una miriade di eroi dei nostri tempi che debuttano e si affacciano alla storia nel ’67 (Hendrix, Janis Joplin, Grateful Dead, Doors, David Bowie, Leonard Cohen, Cat Stevens, Traffic, Pink Floyd e – perché no? – Francesco Guccini: possono bastare?), le marce per il Vietnam, la rottura degli schemi, le istanze per la liberazione totale sono un magnifico aperitivo, la fisiologica introduzione ai fuochi che si accenderanno nel 1968.
La nostra colonna sonora all’epoca risente di incroci pericolosi, di quella tempesta imperfetta in cui si mescolano le correnti virtuose della nuova intellighenzia rock e quelle della paludata, polverosa musica leggera nostrana. Vogliamo qualche esempio, dei punti fermi, centrali nello snodo musicale dell’Italia che fu, quarant’anni orsono? Eccoci serviti.
Dai juke-box, dalle radioline a transistor che gracchiavano con la voce di Lelio Luttazzi – gran visir della Hit Parade radiofonica, voce unica, anzi megafono del gusto musicale nazionale – uscivano motivetti che saranno sempiterni nel costume degli italiani. La prova arriva dai rendiconto delle vendite di fine anno, nell’ordine: Azzurro (Celentano), La bambola (Patty Pravo), La nostra favola (Jimmy Fontana), Angeli negri (Fausto Leali), Il volto della vita (Caterina Caselli che si aggiudica il Cantagiro), Affida una lacrima al vento (Adamo che vince il Festivalbar), Love Is Blue (Paul Muriat, primo degli stranieri, ma con un brano strumentale), Chimera (Gianni Morandi), Il ballo di Simone (Giuliano e i Notturni), Rain and Tears (Aphrodite’s Child) sono i più gettonati, anche se dietro di loro preme una torma di canzoncine e canzonacce che ci porteremo dietro per sempre, come un tatuaggio nella memoria.
Ho scritto t’amo sulla sabbia, Luglio, Vengo anch’io? No, tu no!, Cinque minuti… e poi, Applausi, La tramontana, Piccola Katy, L’ora dell’amore, Avevo un cuore, Un uomo piange solo per amore, Insieme a te non ci sto più, Zum zum zum, Lascia l’ultimo ballo per me, Un’ora sola ti vorrei, Pippo non lo sa fino al Nicola Di Bari de Il mondo è grigio, il mondo è blu, capofila assoluto di titoli da assumere già nelle intenzioni come paradigma, monito e bussola dell’intera stagione. Ritornelli, arie che descrivono anche da sole un clima, lo status quo, una matrice culturale destinati a essere spazzati via, imperiosamente, dall’onda che si sta per abbattere su interi strati della popolazione. Che intanto si abbeverano alla fonte sacra del juke-box: si calcola che ne siano in funzione circa 33.000 mila, uno per ogni 1700 abitanti (in Liguria la massima concentrazione, uno ogni 903 persone, in Calabria la più bassa, un impianto ogni 10.487).
Questo è il bacino di riferimento, e tra i cento pezzi più acquistati, dunque contemplati, fischiettati, assimilati, ancora pochissimi sono quelli di derivazione internazionale: si riconoscono Gimme a Little Sign di Brenton Wood, The Ballad of Bonnie and Clyde di George Fame, i Bee Gees di Words e Massachusetts, i Deep Purple di Hush, il Peter Holm mielosissimo di Monya, oltre che la Mary Hopkins di Those Were the Days (“doppiata” in italiano da Sandie Shaw, Quelli eran giorni) e i Beatles di Hey Jude e Lady Madonna. Stop, il resto è un venticello, un refolo lontano: avevamo capito che da qualche parte cominciava a soffiare, ma ancora dovevamo issare le bandiere.
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