Sede:
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
Date:
17 giugno - 14 settembre 2008
Orario:
tutti i giorni 10-19.30
martedì e giovedì fino alle 22
chiuso il lunedì
Ingresso:
Intero €4,00
ridotto €2,50
gruppi scolastici €1,50
ingresso libero primo martedì del mese
Visite guidate:
Segreteria didattica
tel. 02 77406382
lunedì-venerdì, ore 10-13/14-16
fax: 02 7746356
Per informazioni:
Spazio Oberdan
tel. 02 774063.00/02
catalogo edito da Gabriele Mazzotta
Informazioni
Navigazione
I ragazzi del '68 - di Umberto Buttafava, curatore della mostra
Negli ultimi mesi del 1962 e per tutto l’anno successivo in Gran Bretagna esplode un
fenomeno nuovo. Gli Stati Uniti e il resto del pianeta (Italia compresa) sono anch’essi
investiti a partire dal 1964 dall’onda d’urto conseguente allo “tsunami”
musicale britannico.
Quattro ragazzi di Liverpool appena ventenni -
John Lennon,
Paul McCartney,
George Harrison,
Richard Starkey (Ringo Starr) - con la loro aria scanzonata e la loro musica travolgente nella sua
semplicità ritmica e con la loro allegria, irrompono prepotentemente sulla scena: scalano in men
che non si dica le vette delle classifiche di vendite discografiche di tutto il mondo e vi si
stabiliscono permanentemente per tutta la durata della loro carriera “di gruppo”.
Dietro di loro e insieme a loro decine e decine di complessi musicali (in genere formati da tre
chitarre – ritmica, basso e solista – e una batteria) diffondono un nuovo genere di
musica di chiara derivazione dal rock and roll americano di pochi anni prima; che in quella fase
embrionale verrà battezzato “beat” proprio per la sua forte base ritmica e sarà
destinato a diventare la colonna sonora di un’epoca.
I loro fan sono i teen-ager di tutto il mondo, quella nutritissima schiera di giovani,
costituita da decine di milioni di individui, nati alla fine del secondo Dopoguerra e che allora
diedero vita a un vero e proprio “baby boom”. All’inizio degli anni Sessanta nel
mondo occidentale, dicono le statistiche, circa un 25-30 per cento della popolazione era costituito
da adolescenti (la stessa percentuale della popolazione che oggi è sessantenne). Effetto della fine
del conflitto, dicono le stesse statistiche. E, per la prima volta nella storia,
l’adolescenza viene vista come un’età di transizione, a differenza delle generazioni
precedenti ove, invece, il passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta era quasi brutale.
Alla fine degli
anni Cinquanta, superati i duri anni della ricostruzione postbellica, e all’inizio del nuovo
decennio comincia a diffondersi anche un certo benessere economico e, quindi, una maggiore
attenzione alle tematiche sociali e alle condizioni di vita della popolazione. Il benessere che si
comincia a intravedere invoglia la generazione della guerra a desiderare per i propri figli una
vita migliore, a investire per questo anche nell’istruzione, ravvisando e desiderando per
loro la possibilità di un miglioramento di posizione sociale.
Maggiore disponibilità di mezzi e più elevata istruzione rendono, quindi, questa nuova
generazione di teen-ager qualcosa di mai visto prima: un gruppo autonomo, con propri modelli
culturali, modi di vivere, di intendere e di pensare. La cesura con la generazione precedente
(quella che ha fatto e sofferto la guerra) è netta, quasi violenta, definitiva. I nuovi giovani non
vogliono nemmeno pensare all’ipotesi di nuove guerre, non vogliono saperne dei tanti drammi e
dolori; ne hanno sentito parlare fin troppo e hanno capito che questa non è la vita che vogliono.
Gli adulti sono confusi, le paure non li hanno ancora abbandonati, temono nuovi catastrofici
conflitti: sono gli anni della guerra fredda e dell’angoscia della minaccia nucleare. Ma
tutto ciò non interessa la nuova generazione: loro pensano e dicono basta. Studiano con impegno per
costruire il loro futuro e per essere accolti in un mondo produttivo che ha bisogno di loro e li
aspetta. E il loro tempo libero è soltanto loro!
La musica, la musica cosiddetta leggera, è lo sfondo comune sul quale si muovono in tutto il
mondo occidentale, è il collante che in qualche modo li unisce e che consentirà di comunicare fra
loro scoprendo non solo una vera e propria coscienza di sé, ma anche l’esistenza di un
sentimento di connivenza, di identità di vedute e di interessi, che da Londra a Tokyo, da Vancouver
a Oslo, da Berlino a Buenos Aires li rende abitanti dello stesso pianeta.
L’apparecchio radio è ormai in tutte le case del mondo occidentale e trasmette sempre
di più musica. La televisione sta iniziando a prenderne il posto e anch’essa propone
spettacolo, divertimento, musica.
Please Please Me e She Loves You sono canzoni semplici, sia per i testi che per la struttura
musicale e ritmica. E sono anche allegre, disinvolte, riflettono i sentimenti e i desideri
dell’età adolescenziale. Sono qualcosa che parla allo stesso modo ai giovani di tutto il
mondo e che, per la loro semplicità d’approccio, diventano una sorta di linguaggio universale
che li mette in sintonia favorendone la comunicazione.
Essere giovani diventa un modo di vivere, lo stesso modo di vivere per tutti coloro che,
appunto, sono figli del baby boom e insieme si avvicinano a compiere i vent’anni.
I Beatles nel mondo della musica (come James Dean e Marilyn Monroe, per fare alcuni
esempi, nel cinema) diventano la proiezione universale di questo modo di vivere e di pensare. Per
la prima volta anche il mondo dell’entertainment si trova a dover fare i conti con questa
ondata generazionale che adotta come suoi modelli altri giovani e non vuole più che musica e
spettacolo siano fatti solo da adulti per gli adulti. È la fine del musical, dell’orchestra
swing, dei cantanti tradizionali. “It’s only rock and roll!”
Esplode così la
Beatlesmania...
>>
Continua a leggere tutto "I ragazzi
del '68" (.pdf, 82 Kb)

