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Astrattismi Paralleli


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"L'astrazione oggi", di Valerio Dehò, curatore della mostra

 

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"L'astrazione oggi", di Valerio Dehò, curatore della mostra

L’astrazione oggi

Una tendenza molto interessante, che si sta accentuando, è che l’arte astratta si vede sempre più spesso nelle gallerie, e non solo nelle forme consuete della pittura, ma anche in quelle della fotografia o della video arte. Ciò che probabilmente si sta avvertendo, e sta diventando un fenomeno vasto e internazionale, è che la figurazione sta saturando completamente gli spazi della comunicazione artistica e ormai è diventata sempre meno significante.
E’ una reazione, certamente, una forma per uscire da un linguaggio dominante. Probabilmente nel ritorno all’astratto si manifesta una tendenza a cercare di prosciugare l’immagine dagli eccessi, dai contorcimenti esasperati, dai colori invadenti, dalla televisione. E’ una specie di desiderio di tranquillità e di riposo. Una fuga verso l’essenzialità delle forme, verso una razionalità che è ordine e quindi momento di piacere ma anche di analisi.
La figurazione è invasiva. Abbiamo di fronte giornali, televisione, siti internet: tutto cerca di attrarre la nostra attenzione nei modi più coinvolgenti e totalizzanti. L’astrazione è mistero della forma che nasce, del colore (declinato o meno) che diventa protagonista assoluto anche nella sua completa assenza, mistero di un rigore che appartiene alla logica del pensiero, ma anche a quel senso dell’ordine che abbiamo imparato a conoscere da Ernest Gombrich. La geometrizzazione del Mondo è uno scarto positivo della conoscenza, non solo un utile esercizio.
Questo è un altro punto. Il desiderio di ritorno ad una frugalità dell’immagine ha un senso non perché porti ad una certa nostalgia, ma perché parla del presente. Per questo l’astrazione di cui stiamo parlando, e che è visibile oggi, non ha una sua referenzialità precisa, non possiede un principio d’ordine alla cui base vi sono invece degli elementi figurativi, come lo è stato storicamente. Forse si ha a che fare, oltre che con poetiche strettamente riservate, con un movimento peristaltico che ha digerito i procedimenti della rappresentazione, non li vuole replicare, ma vuole aprire una stagione artistica di silenzio e meditazione.

Carlo D’Orta: Oltre l’architettura

CarloDOrta - Venezia Campo ManinIl rapporto con l’architettura è cruciale per tutta la ricerca artistica del Novecento non solo come rappresentazione, ma soprattutto come presenza. L’architettura è il fondamento di ogni umanesimo, la pietra di paragone di ogni civiltà. Certamente la libertà dell’arte si confronta spesso con la funzionalità e la simbologia della casa e dell’abitare. Ma attorno a questo soggetto è sorta anche una sperimentazione più libera rispetto al soggetto stesso e pertanto più interessante, perché la creatività interviene proprio sulle strutture visive e concettuali già acquisite e crea una sorta di ulteriori possibilità.
D’Orta è un autentico visionario: mi riferisco a quelle fotografie in cui si avverte una citazione quasi futurista del movimento, un dare vita ad un universo in transizione. La stessa scomposizione delle forme e colori fa ruotare le immagini, gli edifici diventano una sorgente di luce che illumina lo spazio attorno. Le linee verticali danno un maggiore senso di profondità, creano una rete visiva che non annulla il soggetto, ma lo amplifica in un irradiamento di grande effetto emozionale.
La memoria delle avanguardie storiche affiora però come consonanza piuttosto che come stretta citazione. Anche in questo caso il punto di partenza di Carlo D’Orta non è la storia dell’arte, ma la Natura stessa, sua vera e autentica maestra, paradigma per ogni architettura che non sia alienata dall’uomo. La specularità è spesso raddoppiata dal fatto che gli edifici si specchiano in altri edifici, che la Natura risulti una simulazione o che il cielo sia in realtà un riflesso del cielo, una sua spettacolarizzazione attraverso lo spazio dell’uomo.
Per l’artista l’arte è una scoperta continua e progressiva, il vero punto di partenza è lo stupore del mondo. Nello stesso tempo si definisce anche il suo rapporto con il paesaggio che non è mai semplice memoria o traccia visiva di un’emozione vitale. Come in altre situazioni, Carlo D’Orta pone in essere una propria visionarietà dello sguardo che è un elemento di sintesi non solo di esperienze personali, ma anche artistiche. Si fonde ancora di più e ancora meglio l’ intreccio tra memoria dell’arte e memoria della vita. Così il risultato non è mai appiattito su di un’unica dimensione, ma assume contorni sempre diversi.
E’ il nostro Io che si specchia nella realtà: l’immagine che ritorna indietro si modifica in questo rapporto e sancisce l’unione definitiva tra quello che abbiamo dentro e ciò che amiamo fuori di noi. In questi lavori scompare completamente la linea d’orizzonte, che darebbe allo spettatore un senso di riferimento e invece si tramuta quasi in una perdita della distanza.
Sembra di capire che l’artista prediliga rappresentare il senso di uno sguardo che si annulla nello spazio colorato di una Natura/Architettura vasta e sconfinata, sempre nuova perché mutevole. Spesso in D’Orta la fotografia ha un andamento avvolgente, come se ci fosse un movimento che cerca di far entrare nel quadro chi lo guarda. Anche in questo caso si tratta di paesaggi pieni di colori e di forme in movimento, si tratta di orizzonti mediterranei suggeriti dai soggiorni italiani o spagnoli, ma non hanno nessuna riconoscibilità precisa: non vogliono essere delle cartoline, degli strumenti della memoria, ausili di mnemotecnica, ma note di viaggio tra l’uomo la natura.

Danilo Susi: Waterfront

Danilo Susi - 2Il lavoro di Danilo Susi si svolge alla ricerca della poesia del mondo. Questa poesia viene principalmente dalla Natura, intesa non soltanto come spettacolo e traslitterazione del sublime, ma come particolare del Tutto.
L’artista rivela e si rivela progressivamente attraverso il ruolo della fotografia; la sua capacità non solo di rappresentare l’armonia e la serenità dell’esistente, ma anche di cogliere la Bellezza nel semplice e nell’abituale, lo colloca tra i ricercatori dei costituenti dell’arte. Questi certamente rappresentano al meglio non soltanto la Vita ma anche la capacità della Natura di essere Poesia e di diffondere colori e sentimenti. L’artista è un testimone interessato, anzi si può dire che sia il catalizzatore di un processo, senza di lui non ci sarebbero testimoni di quel determinato accadimento, della normalità che si sublima e diventa altro.
Questo tema del particolare che si fa totalità, della sineddoche, ha costituito se non un genere pittorico nella storia dell’arte, sicuramente un aspetto creativo imprescindibile. Danilo Susi con la fotografia lo ha trattato in vari modi e sempre diversi, anche se estremamente coerenti. Dalla pura rappresentazione ha saputo astrarre un processo quintessenziale, che cercava di cogliere le sfumature di colore più intime alla realtà, evitando forzature e stravolgimenti.
Non vi sono commistioni, intersecazioni né rumori di fondo: la natura “è”, senza aggettivi o contaminazioni. Ed è viva e scaturisce da una visione partecipata e poetica che coinvolge una precisa visione del Mondo. Si tratta probabilmente di un desiderio di porre in relazione più sensazioni diverse, di dare corpo e materia ad una visione globale dello sguardo, alle sue variazioni, alle possibilità del rapporto tra luce e materia. Vi è una percezione complessa dello spettacolo di ciò che ci circonda a partire dai dettagli, da quello che sfugge e si perde.
Inoltre è sempre l’acqua, il soggetto universale come la musica, quello preferito da Susi, come un terreno di sperimentazione non soltanto compositiva, ma anche visiva. In molte immagini il movimento liquido viene osservato da uno scorcio molto ravvicinato, quasi da un close up, che rivela un mondo inaspettato. Abbiamo spesso una visione standard di ciò che ci circonda, che fa sì che non riconosciamo più gli oggetti: l’abitudine genera indifferenza. Invece, una visione inaspettata come questa può portarci a riflettere su come noi possiamo anche non conoscere così bene perfino dei soggetti comuni come l’acqua, nelle sue infinite forme. Queste si rivelano un microcosmo da esplorare. La sensibilità dell’artista ci conduce ad un viaggio all’interno della forma/colore per scoprire una nuova bellezza che neppure potevamo immaginare esistesse. Possiamo dire che la poesia spesso si nasconde dietro e dentro ciò che conosciamo meglio, ciò che vi è di più normale e scontato.

Albano Paolinelli: Mappe interiori

Albano Paolinelli - LuoghiBisogna affrontare la semplicità di queste visioni per quello che direttamente non si vede. Bisogna lasciarsi andare alla meditazione, fare andare il pensiero dove vuole, al di là della tela, oltre lo spazio che contiene fisicamente i quadri. Una strada che s’intravede in questa serie di lavori è proprio quella di sottolineare l’aspetto contemplativo dei paesaggi infiniti, di questi percorsi che mettono insieme lo spazio e la spiritualità Un aspetto che lascia libera la pittura di raccontare una storia che non è immediatamente visibile, ma che i sensi comunque stimolano e suggeriscono.
Molti dei “luoghi” di Paolinelli sono già pronti per abbandonare ogni mimesis, anzi sono già al di là, oltre l’evocazione dei titoli. Si può dire che si avvicinano ad una libertà ulteriore, una libertà in cui la pittura parla solo di se stessa. Luoghi, mappe o paesaggi, si tratta di avventure dentro l’umano e le sue suggestioni, le sue paure di perdersi o, peggio, di ritrovarsi.
Questa non è certo una chiusura quanto al contrario un’apertura illimitata verso nuove possibilità espressive ed emozionali. Il paesaggio è un luogo dell’anima, non semplice produttore di ricordi. Del resto il tempo della pittura, diciamo il tempo materiale che è necessario per realizzare un dipinto, è sempre abbastanza lungo da consentire un’ampia riflessione sul soggetto, da dare maggiore valore agli elementi contemplativi. Ma ci sono anche i tempi per un’immersione in una dimensione altra, qualcosa da cui riprendersi ad opera finita, se esiste un momento in cui un quadro può dirsi terminato.
La realtà del mondo è anche e soprattutto questo. Saper ritrovare l’enigma nelle cose che sappiamo, come la città o i paesaggi che vediamo sempre e spesso. Vivere pienamente la realtà riflettendola a nostro interno. Anzi abbiamo di fronte dei luoghi dello spirito che non solo s’inseriscono in una poetica del marginale, e dell’indistinto, ma diventano affioramenti da un sottosuolo a cui l’artista attinge.
Paolinelli disciplina forze oscure, dà visibilità a un territorio in cui la razionalità confluisce nell’ignoto e nel non conosciuto. E’ un creatore di mondi che esistono o possono cominciare ad esistere a partire dalle sue opere. Per questo sono lavori che vanno guardati, ma non troppo, nel senso che bisogna coglierne subito la profondità, non cercarla solo nella composizione, o nei dettagli.
Per fare questo c’è bisogno di andare oltre al quadro, di dare alle regole della pittura, che pure esistono e sono importanti, quello scarto definitivo che le pone al di là di ogni linguaggio codificato. Tale libertà è sempre una conquista per ogni artista. Questa stessa libertà rinuncia al colore formante, all’iperbole del colore, a favore di una tavolozza più tellurica, rarefatta. Albano Paolinelli costruisce l’indistinto sapendo di non cercare la semplicità di uno stile definitivo, ma nel lasciare l’opera in progress, sospesa tra ergon ed energheia.