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"Trent'anni dopo". Testo di Roberta Valtorta dal catalogo "Milano ritratti di fabbriche 1978-1980"

 

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"Trent'anni dopo". Testo di Roberta Valtorta dal catalogo "Milano ritratti di fabbriche 1978-1980"

Milano Ritratti di FabbricheQuando Gabriele Basilico pubblicò Milano.Ritratti di fabbriche, nel 1982, presentai una scelta di fotografie di quel libro su “Progresso Fotografico”, la rivista della cui redazione facevo parte in quegli anni1. Fu in quell’occasione che lo conobbi. Ricordo che mi interessava molto l’espressione antropomorfizzante che costituiva il titolo del libro, con la quale l’autore personificava le architetture delle fabbriche milanesi. Quel ricorso di Basilico al dispositivo della personificazione, unitamente al mio interesse e impegno verso i problemi della politica e del sociale, mi portavano a interrogarmi su come le fabbriche potessero essere rappresentate completamente prive delle figure degli operai: così infatti il libro le mostrava. Anche Carlo Bertelli nel suo testo di presentazione scriveva: “Qui la città operaia è tale senza operai”2. Alla fine degli anni Settanta, quando Basilico svolgeva questa ricerca (preceduta da un lavoro su Milano dal titolo Milano ambiente urbano, presentata nel 1978 presso la galleria Il Diaframma)3, Milano non era totalmente definibile in una identità industriale-operaia: la città non era (e non è mai stata) solo e unicamente una città dell’industria, ma anche e fortemente una città del commercio e dell’esercizio del credito, insomma una città del terziario: nella percezione dei suoi abitanti, come scrive Marco Romano nel suo contributo nel libro, forse “prevalentemente un complesso di case e uffici” al quale Basilico preferiva “una rassegna sistematica e il più possibile completa di tutte le zone industriali della città”4. Le fabbriche, presenti e visibili in molte aree del territorio urbano, o nascostamente sedimentate nella memoria, anche se, talvolta, trascurate o ignorate, potevano venire tutte alla luce ed essere Milano.
 
Si trattava dunque di capire la possibilità di ritratti di fabbriche in assenza di figura umana. Luogo della fabbrica e figura dell’operaio erano in quel momento storico ancora indissociabili. L’iconografia, oltre che l’economia e la vita di tanti, voleva così. Mi risolsi, a quel tempo, a pensare che il libro, nonostante l’assenza degli operai, li raccontasse ugualmente, indirettamente: il luogo rappresentava le persone e tutta una civiltà produttiva e un’umanità si incarnavano in quegli edifici e in quelle strade.
Era accaduto che, mentre in realtà aveva luogo il declino stesso dell’economia industriale, Basilico scegliesse proprio le fabbriche come elementi guida per condurre una indagine visiva dello spazio urbano milanese.
 
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